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La Mir, la stazione spaziale russa che ha fatto la storia

Tra il 1986 e il 2001, l’avamposto umano nello spazio per eccellenza è stata la stazione spaziale russa MIR. Questa stazione orbitante è stata una dimostrazione della forza spaziale dei sovietici, ma è riconosciuta anche come un esempio di collaborazione internazionale ed un insostituibile laboratorio scientifico

Categorie Agenzie spaziali · Missioni spaziali · Satelliti e Lander

La stazione spaziale russa Mir (che in russo significa sia “pace” sia “mondo”) è stata una stazione orbitante in funzione dal 1986 al 2001. Ha operato nella bassa orbita terrestre per 15 anni, fino a quando non è stata fatta rientrare in modo distruttivo in atmosfera, il 21 marzo 2001. 

Per anni è stato l’unico avamposto umano nello spazio e un importantissimo laboratorio scientifico. I primati che la accompagnano sono molteplici: è stata la prima stazione orbitante modulare e il velivolo spaziale con la massa maggiore mai messo nello spazio. Di conseguenza, prima che fosse messa in orbita la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), è stata anche il più grande satellite artificiale.

La Mir, abitata per quasi 15 anni consecutivamente, ha permesso a scienziati e centri di ricerca di tutto il mondo di poter disporre di un laboratorio scientifico in microgravità per esperimenti e ricerche. Gli equipaggi che si sono succeduti nella stazione spaziale russa infatti, hanno condotto numerosi e rivoluzionari esperimenti in biologia, fisica, astronomia, meteorologia.

Inoltre, il contributo della Mir nell’ambito della conoscenza e dello sviluppo delle tecnologie necessarie per vivere permanentemente nello spazio è stato incalcolabile. La ISS, che deriva concettualmente e tecnologicamente dalla stazione spaziale russa, ha beneficiato del grande lavoro compiuto dai russi e dalle altre nazioni coinvolte nel progetto Mir.

stazione spaziale russa
La Mir vista dallo Space Shuttle Discovery, nel 1998. Credits: NASA

Le origini della stazione spaziale russa

La corsa allo spazio, com’è noto, ha contribuito notevolmente all’evoluzione tecnologica del settore aerospaziale. Dopo la seconda guerra mondiale, gli USA e l’URSS si affrontarono a distanza, anche in ambito spaziale. Con il lancio del primo satellite, il sovietico Sputnik 1 nel 1957, e con la risposta americana affidata all’Explorer 1, si aprì la prima era spaziale, o corsa allo spazio, per il predominio del cosmo.

I primi record spaziali appartengono tutti ai sovietici, in netto vantaggio tecnologico rispetto ai rivali occidentali. Il programma Apollo, per portare i primi astronauti sulla Luna, decretò il definitivo cambio di passo degli USA, che sbarcarono ben 6 missioni sul nostro satellite guadagnando definitivamente il primato spaziale.

L’URSS, visto il fallimento del proprio programma lunare, decise di investire altrove l’enorme bagaglio tecnologico acquisito. Fu così che nacque il programma Saljut, che intendeva sviluppare delle stazioni spaziali orbitali permanenti. La Saljut 1 venne  lanciata con successo il 19 aprile 1971, precedendo di due anni la messa in orbita dell’americana Skylab.

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Il primo modulo della Mir in orbita. Credits: Roscomos

Il programma Saljut fu un vero successo. Vennero messe in orbita ben 8 stazioni spaziali alcune per esclusivo uso civile altre militare, tutte visitate in più occasioni dai cosmonauti sovietici. Questo programma contribuì enormemente allo sviluppo di tecnologie per la permanenza umana nello spazio e costituì la base per il progetto della prima grande stazione spaziale russa modulare, la Mir.

In questo contesto il 17 febbraio 1976 fu autorizzato il programma che avrebbe portato alla messa in orbita della Mir. Questa avrebbe sfruttato il modulo centrale già ampiamente testato con le missioni Saljut che avrebbe costituito lo spazio abitativo principale, al quale si sarebbero agganciati i successivi 7 moduli per completare la stazione.

La struttura della Mir

Il 19 febbraio 1986, con il lancio del razzo Proton K, i sovietici portarono in orbita il modulo centrale. Negli anni successivi, gli altri moduli vennero lanciati allo stesso modo. Una volta in orbita essi raggiungevano autonomamente, tramite un proprio sistema propulsivo, la stazione spaziale russa e venivano agganciati al nodo centrale. Con questa modalità furono  agganciati i seguenti moduli:

  • Kvant-2, nel 1989, con tecnologie più avanzate per il supporto vitale e un airlock per le missioni extraveicolari.
  • Kristall, nel 1990, con un laboratorio di geofisica ed astrofisica ed esperimenti sui materiali. Inoltre, tramite un portellone speciale, consentiva l’attracco di Buran, lo Space Shuttle sovietico, che però non vide mai la luce.
  • Spektr nel 1995, era il modulo previsto dal programma Shuttle-Mir e quindi conteneva la zona abitabile per gli astronauti NASA. Era provvisto di strumentazione per l’osservazione della Terra. Divenne inutilizzabile in seguito alla collisione con la navicella cargo Progress M-34 nel 1997. Non venne mai riparato.
  • Priroda nel 1996 fu l’ultimo modulo agganciato alla stazione spaziale russa. Era un laboratorio dove si studiavano gli effetti delle radiazioni cosmiche sull’uomo.

Oltre a questi moduli, provvisti di propulsione autonoma, altre due importanti sezioni della stazione spaziale vennero portate in orbita:

  • Kvant-1, nel 1987, che fu il primo modulo di espansione della stazione. Venne trasportato fino alla Mir per mezzo della navicella a guida autonoma TKS. Questo modulo conteneva un laboratorio per osservazione astronomica ed esperimenti di scienza dei materiali.
  • Docking Module, nel 1995, unico componente portato in orbita dallo Space Shuttle. Era un particolare componente che agevolava le manovre di attracco degli Space Shuttle, che fino a quel momento attraccavano al modulo Kristall.
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La stazione spaziale russa nella configurazione finale Credits: Wikipedia.org

Le missioni sulla Mir

Dopo appena 23 giorni dal lancio del modulo centrale, il 15 marzo 1986 la missione Sojuz-15, con a bordo Leonid Kizim e Vladimir Solovyov, attraccò alla stazione spaziale russa. I due cosmonauti misero in funzione la Mir e si recarono sulla Saljut-7, l’ultima stazione orbitale del programma Saljut. Qui raccolsero 400 Kg di strumentazione e materiale scientifico, che depositarono a bordo della Mir quando vi ritornarono il 26 giugno.

Dopo questa prima spettacolare missione, molti cosmonauti russi, e non solo, occuparono la stazione. La stazione spaziale russa è stata popolata per la quasi totalità della sua vita operativa, grazie alle 28 missioni di lunga durata, da EO-01 a EO-28 conclusasi nel giugno del 2000. Solitamente ogni missione prevedeva il coinvolgimento di 3 cosmonauti, che raggiungevano la Mir per mezzo delle navette Sojuz o dello Space Shuttle nel caso delle collaborazioni con la NASA.

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L’astronauta NASA Shannon W. Lucid all’interno della Mir nel 1996. Credits: NASA

La Mir può vantare numerosi ospiti internazionali, frutto delle collaborazioni che l’agenzia spaziale russa fu in grado di intraprendere. Tra queste Interkosmos, con i paesi vicini all’Unione Sovietica ed Euromir, programma di collaborazione con l’ESA, che negli anni ‘90 portò 12 astronauti europei sulla Mir.

Sicuramente uno dei grandi meriti storici della Mir fu quello di far nascere la collaborazione tra i due grandi sfidanti della corsa allo spazio. Nel 1993 nacque il programma Shuttle-Mir, grazie al quale la NASA venne coinvolta nel programma Mir e le venne dedicata anche una zona esclusiva della stazione spaziale russa. Questo programma gettò le basi per la nascita della Stazione Spaziale Internazionale, che avrebbe visto la luce nel 1998.

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Lo Space Shuttle Atlantis agganciato alla Mir nel 1995. Credits: NASA

Guasti e incidenti

La stazione spaziale russa era stata progettata per una vita operativa di 5 anni. Già dagli anni ‘90 fu soggetta ad una moltitudine di malfunzionamenti e piccoli incidenti. Tra i tanti inconvenienti, spiccano soprattutto due eventi particolarmente significativi.

Il 24 febbraio 1997 prese fuoco un generatore chimico di ossigeno nel modulo Kvant-1. A causa della spessa coltre di fumo tossico che si era diffusa nella stazione, l’equipaggio fu costretto ad indossare le maschere antigas fino alla risoluzione del problema.

L’incidente più famoso è sicuramente quello avvenuto il 25 giugno 1997. La navicella da trasporto Progress M-34, durante un test al sistema di aggancio manuale, entrò in collisione con i pannelli solari del modulo Spektr e danneggiò il rivestimento esterno del modulo stesso. Questo danno causò una “foratura” nel guscio e quindi la conseguente depressurizzazione del modulo. Solamente l’immediata reazione dell’equipaggio, che isolò il resto della stazione dal modulo Spektr, evitò l’abbandono della Mir.

Pannelli solari del modulo Spektr gravemente danneggiati dalla navicella Progress M-34. Credits: ESA

La fine della stazione spaziale russa

All’inizio del nuovo millennio, fu chiaro che i giorni in orbita per la Mir erano vicini alla fine. Il progetto della ISS si stava concretizzando e gli anni nello spazio rendevano la Mir sempre più soggetta a guasti e sempre meno sicura ed affidabile. Nonostante si fosse proposto un fondo di investitori privati per finanziare l’allungamento della vita operativa della stazione orbitale, il 23 ottobre 2000 l’agenzia spaziale russa annunciò lo “spegnimento” della Mir.

Viste le sue dimensioni, 400 m³ e 130 tonnellate, la deorbitazione e la conseguente distruzione in atmosfera si rivelarono una impresa delicata. Nel gennaio 2001 la navetta Progress M1-5 con 2500 Kg di carburante, raggiunse la stazione orbitante con lo scopo di movimentarla e spingerla verso gli strati bassi dell’atmosfera. 

Dopo 5511 giorni di attività, 28 missioni, 104 astronauti di 12 nazionalità diverse e il merito di aver creato collaborazioni scientifiche internazionali, il 23 marzo del 2001, con 3 accensioni della Progress, la Mir perse lentamente quota, fino a che l’attrito con gli strati più densi dell’atmosfera non la fecero completamente bruciare sopra una zona disabitata dell’Oceano Pacifico.

La Mir sopra la Nuova Zelanda. Credits: NASA

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