A cura di Lorenzo Barbato

Era il 15 novembre 1988 quando, dopo 3 ore e 26 minuti di volo, una navicella priva di equipaggio, atterra in completa autonomia, al cosmodromo di Baikonour, dopo aver eseguito 2 orbite intorno alla Terra e completando la missione con successo.

Probabilmente questo fu il momento di più alta innovazione tecnologica dell’Unione Sovietica, che la storia ricordi.

Nascita del progetto

Buran, ovvero “tormenta di neve”, fu uno spazioplano sovietico progettato durante la Guerra Fredda come risposta allo Shuttle. Difatto il governo russo considerò il progetto americano una minaccia, poiché pensava allo Shuttle come un possibile bombaridere planetario. Risultò necessario correre ai ripari.

Il progamma iniziò ufficialmente il 12 febbraio del 1976, ovvero con 2 anni di ritardo rispetto gli statunitensi. Al fine di accelerare i lavori si decise, dopo numerose controversie tra i diversi responabili del progetto, di optare per uno spazioplano fortemente basato sulla forma di quello americano.

Negli anni lavorarono al completamento del progetto circa 1 milione di persone tra 1286 industrie e 86 dipartimenti di sviluppo.

Buran pronto al decollo. Credit: http://www.thelivingmoon.com

Buran

Nonostante l’areodinamica esterna del velivolo sovietico sia simile allo Shuttle è difficile trovare altre similitudini.

L’orbiter era propulso da 2 soli motori necessari solo per le manovere in orbita o durante il rientro. Inoltre era più grande dello Shuttle, vantava un apertura alare di 24 metri, era lungo ben 35,4 metri ed alto 16,5 metri. Le gradi dimensioni del veivolo costrinsero i progettisti a costruirlo in modo da poter essere trasportato fino alla rampa di lancio in posizione orizzontale, per poi posizionarlo verticalmente sulla rampa, così da velocizzarne notevolmente il trasporto.

Sulla carta le prestazioni del Buran sono superiori a quelle del suo rivale americano. Infatti poteva trasportare circa 30 tonnellate di carico utile in orbita bassa e riportarne a terra 25 tonnellate.

Ma l’innovazione più evidente consisteva nella navigazione autonoma, infatti il Buran era dotato di un sistema di navigazione completamente automatico, come accadde per la prima ed unica missione di prova; un vero prodigio della teconologia dei tempi.

Buran ed Energia verso rampa di lancio. Credit: airandspace.si.edu

Energia

Di pari passo con lo sviluppo del Buran, veniva studiato anche il razzo vettore che ne avrebbe permesso l’immissione in orbita. Nacque così il progetto del razzo Energia. Questa è sicuramente la caratteristica che più distingue il Buran dallo Shuttle.

Infatti, il velivolo americano, per sfuggire alla gravità terrestre sfruttava i potenti motori dell’orbiter (SSME) con l’ausilio di 2 booster a propellente solido. Il velivolo sovietico invece si affidava, per uscire dall’atmosfera, ad un solo potente razzo, per l’appunto l’Energia, progettato dall’Ing. Valentin Glusko. L’ingegnere era dotato di grandi capacità tecniche tali da riuscire a sviluppare il motore a propellente liquido con la spinta più elevata mai prodotto, ben 7,9 MN! Tale motore prende il nome di RD-170. Per raggiungere un livello così elevato di spinta il propulsore sfruttava una miscela di ossigeno liquido e RP-1 ed era caratterizzato da un ciclo di combustione stadiata. Una singola turbopompa alimentava le 4 camere di combustione e i 4 ugelli.

Tale configurazione fu preferita perchè limitava le instabilità di combustione presenti negli endoreattori più grandi, migliorandone affidabilità e prestazioni.

Propulsore dell’Enegia, motore RD-170. Credit: it.wikipedia.org

Conclusioni

Verso la fine degli anni ottanta, nonostante gli ottimi risultati raggiunti sia in fase di progetto che sul campo, il progetto Buran naufragò per mancanza di fondi.

Risulta necessario far notare che tutto l’imponente programma costò ben 14.5 miliardi di rubli, che oggi corrisponderebbero a circa 19 miliardi di dollari! Un esborso davvero oneroso per un singolo progetto, soprattutto se si considera l’instabilità economica in cui imperversava in quegli anni l’Unione Sovietica.

Durante la fase di sviluppo e progetto furono costruiti 5 veivoli, di cui uno solo, il veivolo Buran 1.01, ha effettivamente completato una missione orbitale. L’abbandono del programma Shuttle nel 2001 da parte del governo statunitense aveva dato speranza di un possibile ritorno del Buran. In realtà furono abbandonati e disassemblati già prima della caduta dell’URSS. Di questi portenti della tecnologia sovietica rimangono 2 carcasse di Buran tristemente abbandonanti in un hangar in Kazakistan.

Ma lo sviluppo teconolgico di quegli anni rimane ancora tangibile ai giorni nostri, insieme al ricordo di un progetto tanto imponente quanto ambizioso.

Buran abbandonati. Credit: vanillamagazine.it