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Starlink e astrofili: il trenino di satelliti rappresenta una minaccia?

Ci avviciniamo ad un periodo di serate sempre più calde e confortevoli per quanto riguarda l’osservazione del cielo dal nostro emisfero: gli astrofili sono già pronti a sfoggiare i propri telescopi per serate all’insegna dell’astrofotografia e delle osservazioni. Tuttavia, ciò che desta non poca preoccupazione è l’incremento sempre più assiduo di unità di satelliti alla costellazione Starlink, progettata, prodotta e messa in orbita da SpaceX.

Un po’ sulla costellazione di Elon Musk

Starlink è una costellazione di satelliti ideata da Elon Musk per raggiungere il connubio perfetto tra alte performances e basso costo: l’obiettivo principale è quello di estendere la rete internet a tutto il globo terrestre. Si parla di un sistema di comunicazione senza precedenti, dal momento che il pioniere dell’industria spaziale ha parlato di 1Gbit/s con latenze tra soli 25ms e 35ms: queste cifre sono paragonabili a quelle di internet via fibra, se pensiamo che gli attuali sistemi satellitari danno latenze di 600ms o anche più.

Il piano era tuttavia più complesso di quello che è oggi; realizzare una costellazione di satelliti non è semplice, e il progetto iniziale prevedeva di immettere gli stessi in orbite non-geostazionarie raggiungendo altitudini di quasi 1500km. Oggi gli Starlink vengono lanciati in lotti di svariate unità e sono immessi in orbita LEO con un raggio di 550km al di sopra della superficie terrestre.

Elon Musk ha dovuto misurarsi con non poche sfide nel momento in cui l’idea degli Starlink ha cominciato a prendere forma. Per assicurarsi di poter mettere in orbita un gran numero di satelliti ha dovuto organizzare finestre di lancio a cadenza quasi mensile con una media di 44 unità l’una. Un altro problema degli Starlink è che questi viaggiano in orbita molto bassa e sono quindi soggetti a perdite gravitazionali che costringono a manovre orbitali per correggere l’assetto. Elon Musk ha rassicurato che questo problema di deorbiting verrà risolto facendo sì che i satelliti che perdono quota verranno completamente smaltiti in atmosfera, limitando la questione space debris, per essere sostituiti da Starlink completamente nuovi con sistemi sempre più aggiornati.

Ogni satellite di Starlink è dotato di Startracker per ciò che riguarda il sistema di navigazione. Quest’ultimo è quello che si occupa dell’orientazione del satellite nello spazio. In sostanza, quando un satellite perde la sua orientazione nello spazio lo Startracker, che è fisso verso una stella, comunica al team di controllo a terra in che posizione si trova il satellite e come questo è orientato rispetto alla stazione a terra; in questo modo, il team è in grado di inviare comandi all’unità per ripristinarne la corretta posizione.

Gli  Starlink possono rappresentare un problema alle osservazioni del cielo?

Dopo una breve descrizione tecnica circa le caratteristiche peculiari della costellazione Starlink, una domanda sorge spontanea: come ci aspettiamo che il cielo diventi con decine di migliaia di satelliti in orbita bassa per una sola costellazione? (Perché sì, queste sono le cifre che vuole raggiungere Elon Musk, che proprio la settimana scorsa ha lanciato un’altra carovana di unità da aggiungere alla già operativa costellazione di Starlink).

La comunità astronomica ha sollevato non poche perplessità circa un tale progetto, dal momento che, attualmente, rappresenta il sistema di satelliti artificiali più luminosi nel cielo (sono infatti spesso visibili dei passaggi degli stessi ad occhio nudo, per i più curiosi lasciamo il link per il tracking). Durante una conferenza per la Decal Survey on Astronomy and AstrophysicsI (Astra2020) Elon Musk ha illustrato delle nuove proposte per sopperire al problema della luminosità degli Starlink; in un primo momento, infatti, il proprietario di SpaceX aveva approcciato al problema con la produzione di DarkSat: le unità di payload erano rivestite da un particolare materiale nero che, però, se da un lato non favoriva la riflessione dei fotoni, dall’altro, a causa dell’assorbimento di calore, metteva a rischio le componenti elettroniche e strutturali se non si fosse pensato ad un immediato sistema di dissipazione.

Un rendering di VisorSat.
Crediti immagine: SpaceX.com

Ad Astra 2020 l’ideatore di Starlink propone invece VisorSat: un parasole costituito da materiale scuro e radiotrasparente sarà vincolato al satellite attraverso una cerniera; fungerà da vero e proprio pannello riparatore e sarà innescato soltanto all’occorrenza. L’effetto di radiotrasparenza servirà a non interferire con la comunicazione a terra, e l’unico punto soggetto a riscaldamento sarà proprio la cerniera, attorno a cui il parasole è libero di ruotare.

Crediti immagine: teslarati.com

Un altro elemento critico è l’assetto di volo. Gli Starlink sono dapprima immessi in un’orbita di 290km, con una configurazione detta open book (libro aperto). Questo serve a ridurre l’area bagnata della struttura che viene a contatto con l’atmosfera durante il volo, per limitare al meglio le perdite gravitazionali. Tuttavia, è proprio questa configurazione a provocare la riflessione delle particelle luminose che impattano sulla superficie, effetto che scompare completamente una volta raggiunta l’orbita nominale poiché i satelliti vengono disposti a shark fin (a pinna di squalo). Elon Musk sta tentando di ovviare a questo problema ideando una configurazione idonea anche per l’orbita molto bassa, così da non rovinare le serate degli amanti del cielo!

Fonti: Astronomitaly – www.directory.eoportal.org

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