A cura di Francesco Salvaterra

Il primo recupero di una stazione spaziale: storia della Salyut-7, parte I

Le batterie della stazione sono gestite da un sistema automatico che necessita dell’energia delle stesse per funzionare. La via più semplice per caricare le batterie, idealmente, sarebbe quella di fornire energia all’impianto tramite la Soyuz, ma Dzhanibekov e Savinikh non possono permettersi che un corto circuito rischi di danneggiare la loro unica via di fuga.

Il controllo da terra, dopo lungo lavoro, riesce a inviare una procedura per connettere le batterie ai pannelli solari. Delle otto che erano a bordo ne funzionano ben sei. A mani nude e al freddo, i cosmonauti connettono 16 cavi alle rispettive batterie, si arrampicano di nuovo nella Soyuz e azionano i motori di manovra per orientare la stazione e i suoi pannelli verso il sole.

Terra: “Eseguiremo una rotazione attorno all’asse Y usando i sistemi di controllo della Soyuz T-13 per illuminare i pannelli solari. Prima della nostra prossima comunicazione dovete connettere le estremità positive dei cavi a tutte le batterie sane. Poi completeremo l’orientamento e inizieremo a caricare la prima batteria.”

Dzhanibekov: “Lo faremo manualmente?”

Terra: “Sì, manualmente.”

Savinikh: “OK.”

Dzhanibekov: “Sono pronto.”

Terra: “Gira intorno all’asse di beccheggio finché il sole non entra in visuale. Appena succede, inizia a frenare la rotazione.”

Dzhanibekov: “OK. Comando eseguito. Beccheggio iniziato.”

Terra: “Hai iniziato a frenare?”

Dzhanibekov: “Non ancora.”

Terra: “L’areazione ci preoccupa. Dobbiamo organizzare un condotto nell’area di lavoro.”

Dzhanibekov: “Ricevuto. Abbiamo solo un filtro per la CO2: ecco perché le letture ci impiegano così tanto a raggiungere il livello desiderato.”

Terra: “Ci penseremo: magari installeremo un secondo generatore.”

Dzhanibekov: “Abbiamo abbastanza cavi per farlo… Il sole è centrato nel mio campo visivo… ruoto in senso orario.”

Savinikh: “Sembra una bella giornata invernale. C’è neve sulla finestra e il sole splende!”

Terra: “La carica è iniziata.”

Dzhanibekov: “Grazie a Dio!”

Terra: “Non abbiamo capito, ripetere.”

Dzhanibekov e Savinikh insieme: “Grazie a Dio!”

Terra: “Ottimo lavoro.”

Salyut-7
Credits: fantascienzaitalia.com

Sul suo diario di bordo Savinikh scrive: “Quel giorno fu la prima scintilla di speranza in un periodo di problemi, incognite e duro lavoro che io e Volodya affrontammo“.

Nel frattempo, le scorte di acqua diminuiscono di giorno in giorno, è inutile preoccuparsi al momento, bisogna impegnarsi e lavorare duro. Disconnettono le batterie dal sistema improvvisato e le collegano al sistema principale, con delicatezza azionano il comando delle luci. Si accendono, la stazione è salva.

Nei giorni successivi il piano prevede di inizializzare alcuni sistemi a bordo, accendono la ventilazione e il sistema di rigenerazione dell’aria, in modo da poter lavorare insieme.

12 Giugno, giorno di volo 6: l’equipaggio inizia a sostituire il sistema di comunicazione danneggiato e a testare l’acqua che esce da Rodnik che si sta lentamente scongelando.

13 Giugno, giorno di volo 7: L’equipaggio prosegue il lavoro sull’impianto di comunicazione, nel pomeriggio il controllo da terra acquisisce il comando della stazione, viene testato il sistema di aggancio automatico, fondamentale per il rifornimento della stazione tramite le capsule automatiche Progress, fortunatamente non si individuano problemi.

16 Giugno, giorno di volo 10: Rodnik riprende a funzionare, i cosmonauti hanno abbastanza provviste per proseguire la missione. Dopo 10 giorni di lungo lavoro la stazione torna in vita.

Finita questa avventura, ai due cosmonauti non è concesso di ritornare a casa e riprendersi, rimarranno ancora nello spazio a bordo della stazione appena salvata, Dzhanibekov per 110 giorni e Savinikh per 168. Il loro lavoro rimarrà segreto a lungo per non far sfigurare il programma spaziale sovietico già in difficoltà di fronte a quello americano, che riscuote successo con lo Shuttle.

Grazie al successo di Dzhanibekov e Savinikh la Salyut-7 continuerà a operare fino a quando non raggiungerà l’età operativa di 8 anni, diventando la stazione più longeva al momento (successivamente battuta dalla Mir e dalla ISS).

Diventerà oggetto di un nuovo record, nel 1986 i cosmonauti Leonid Kizim e Vladimir Solovyov, partiranno dalla stazione Mir diretti alla Salyut-7, ci rimarranno un mese e mezzo, per poi tornare di nuovo verso la Mir. Questa impresa di trasferimento orbitale è tutt’ora imbattuta.

Nel 1991, in seguito al crollo dell’unione sovietica, la Salyut-7 ormai dismessa per mancanza di fondi, precipita sulla terra, alcuni frammenti cadono in Argentina.

Dopo accurate indagini, le cause dello spegnimento vennero imputate a un sensore guasto che monitorava lo stato della batteria numero quattro. Il sensore era progettato per spegnere il sistema di ricarica quando la batteria a cui era connesso era completamente carica, per evitarne il sovraccarico. Ogni batteria aveva un sensore e ogni sensore aveva facoltà autonoma di spegnere il sistema.

Dopo la perdita del segnale con la stazione il sensore della batteria quattro sviluppò un problema. Iniziò a riportare lo stato della batteria come completamente carica anche se in realtà non lo era. Ogni volta che il computer inviava il comando di carica alle batterie, cosa che avveniva una volta al giorno, il sensore della batteria quattro spegneva immediatamente il sistema. Dopo poco tempo i sistemi di bordo scaricarono completamente le batterie e la stazione lentamente si congelò. Se le telecomunicazioni con la Terra fossero state disponibili, i controllori sarebbero potuti intervenire e bypassare il sensore.

Anche se la Salyut-7 è andata distrutta la sua eredità rimane ancora oggi, nella stazione spaziale internazionale; anch’essa è soggetta a guasti e problemi vari, ma come i predecessori sulla Salyut-7, i progettisti e gli ingegneri reagiscono con la stessa determinazione che permise alla Salyut di continuare a volare.

Fonti: Almanacco dello spazio (Paolo Attivissimo); New York Times, 7 febbraio 1991; Salyut 7, NASA; Mir Hardware Heritage, NASA, pp. 99-102; The little-known Soviet mission to rescue a dead space station, Nickolai Belakovski; People in the Control Loop, Boris Chertok, in Rockets and People, NASA, Savinikh, Victor. “Notes from a Dead Station.” Publishing House of the Alice System. 1999; Gudilin, V. E., Slabkiy, L. I. “Rocket-space systems.” Moscow, 1996; Blagov, Victor. “Technical abilities, mastery, and the courage of people.” Science and Life, 1985; Portree, David S. F. Mir hardware heritage. Washington, DC: National Aeronautics and Space Administration, 1995; Glazkov, Yu. N., Evich, A. F. “Repair on Orbit.” Science in the USSR, 1986; “Soyuz T-13.” Wikipedia; Kostin, Anatoly. “The Ergonomic Story of the Rescue of Salyut 7.” Ergonomist, February 2013; Chertok, B. E. “People in the Control Loop.” Rockets and People. Washington, DC: NASA, 2011. 513-19; Nesterova, V., O. Leonova, and O. Borisenko. “In Contact — Earth.” Around the World, October 197; Canby, Thomas Y. “Are the Soviets Ahead in Space?” National Geographic 170.4 (1986); Savinikh, Victor. “Vyatka Baikonur Space.” Moscow: MIIGAAiK. 2002.