Mercury Atlas 8: il primo lungo volo nello spazio

Di Francesco Salvaterra

Mercury-Atlas 8 fu il quinto volo spaziale con equipaggio umano del progetto Mercury, pilotata dall’astronauta Walter Marty Schirra il 3 ottobre del 1962; fu molto importante per il programma spaziale americano, poiché fu un primo passo verso missioni spaziali sempre più lunghe, permettendo la scoperta e la soluzione a diverse problematiche, cosa che lo rese utile per il progetto Apollo. 

La missione precedente, che vide l’astronauta Scott Carpenter alla guida dell’Aurora 7, fu un successo, anche se ostacolata da numerosi problemi tra cui continui cambi del piano di missione, un’agenda di esperimenti troppo fitta e male organizzata, distrazione dello stesso Scott e inefficienza dei mezzi di recupero dopo l’ammaraggio della capsula che impiegarono ore a recuperare l’astronauta. 

Il volo della capsula, soprannominata Sigma 7, al contrario della precedente, si concentrò più sull’aspetto ingegneristico che sull’aspetto scientifico: infatti, uno dei principali obiettivi della missione era quello di raggiungere le 18 orbite terrestri, poi abbassate a 6, puntando alla gestione ottimale delle risorse di bordo. 

Mercury Atlas 8
Credits: historical.ha.com

LE INNOVAZIONI 

I problemi ingegneristici da risolvere in vista di un volo così lungo erano vari, tra i quali: la gestione del consumo del sistema di controllo dell’assetto, la durata delle batterie, il controllo delle perdite d’aria e la riduzione del peso complessivo del velivolo, ma vennero prontamente risolti: per esempio, adottando il nuovo sistema di controllo dell’assetto
fly-by-wire e tramite l’eliminazione di alcuni strumenti superflui alla missione. Il problema dell’energia venne risolto non aumentando il numero di batterie, in quanto avrebbe aumentato enormemente il peso complessivo, ma riducendo la richiesta energetica della capsula. Per lunghe porzioni del volo Sharra avrebbe dovuto spegnere diverse componenti del sistema di guida. 

LA MISSIONE 

Il lancio avvenne alle 7.15 del 3 ottobre e rischiò di concludersi dopo poco, quando un improvviso rollio mise il velivolo in condizioni prossime a quelle di aborto, ma il sistema di guida del vettore riuscì a correggere il movimento improvviso. La missione continuò come da procedura, fino a che un secondo rischioso problema emerse: la tuta iniziò a surriscaldarsi. 

Il controllo missione propose di annullare la missione dopo appena un’orbita, ma Sharra sfruttò il suo addestramento riguardo al sistema di supporto vitale: imparò che, per correggere situazioni simili, era necessario effettuare piccoli aggiustamenti, aspettando che la temperatura si aggiustasse; questo approccio permise al sistema di raggiungere la temperatura richiesta senza oscillare bruscamente o sovraccaricarsi, con il rischio di rompersi. 

Al rientro, il pilota si ritrovò in una situazione nettamente migliore rispetto ai voli precedenti: la capsula era in posizione corretta, tutte le checklist erano state completate e i serbatoi erano pieni all’80%. I retrorazzi si accesero in tempo e iniziò il tuffo nell’atmosfera. 

Una volta aperto il paracadute, Sharra si dovette occupare dell’espulsione del carburante avanzato, più del 50% del serbatoio, per non causare problemi ai soccorritori con le sostanze tossiche. 

9 ore, 13 minuti e 16 secondi dal lancio, la capsula ammarò a poca distanza dalla portaerei di recupero e fu agganciata a una cintura galleggiante, per poi essere trainata fino alla nave e issata a bordo. 

Dopo 9 ore nello spazio, vennero fatte diverse analisi mediche sull’astronauta: venne misurato un grande afflusso di sangue negli arti inferiori e una frequenza cardiaca leggermente superiore alla media, sintomi che scomparvero il giorno dopo. 

La capsula fu ritrovata in ottime condizioni, il problema di regolazione della tuta fu imputato a del lubrificante seccato in una valvola del sistema. Il volo della Sigma 7 fu considerato perfetto e dimostrò la capacità di procedere con voli più lunghi, aprendo la strada all’ultimo volo del programma Mercury, il volo di Faith 7, in cui lo stesso Walter Schirra compì 22 orbite, per la durata di oltre 1 giorno e 10 ore, grazie alla quale la NASA si riprese dalle vittorie russe nella corsa allo spazio e tornò a essere competitiva.