A cura di Andrea Bellome.

Qualche mese fa avevo parlato di Stratolaunch e della sua vision per il futuro a proposito di uno “spazio più accessibile”. Adesso è la volta di Rocket Lab, il cui obiettivo non è poi tanto dissimile: la commercializzazione dello spazio.

L’azienda americana è stata fondata nel 2006 dal neozelandese Peter Back, e già nel 2010 ha ottenuto un contratto dal governo americano per sviluppare un lanciatore a basso costo in grado di posizionare CubeSats in orbita.

Il razzo

Electron mentre viene trasportato sulla rampa di lancio. Credits: www.spacenews.com

Inizia dunque lo studio di Electron, un razzo bistadio di 17 m di altezza, che l’11 novembre 2018, al terzo volo, ha compiuto con successo la sua prima missione commerciale rinominata per l’occasione It’s business time.

Entrambi gli stadi sono equipaggiati con motori Rutherford, sviluppati dall’azienda stessa, a propellenti liquidi (RP-1/LOX), basati su un ciclo di alimentazione della camera di combustione a pompe elettriche.

Questa soluzione differisce da quelle tradizionali, in cui una parte dei propellenti viene deviata per azionare le pompe di pressurizzazione, perché, in questo caso, esse vengono azionate da motori elettrici. I vantaggi si quantificano, ovviamente, in termini di costi e semplicità di produzione.

Il primo stadio fornisce 162 kN al livello del mare grazie alla presenza di nove motori, mentre il secondo, dotato di un solo motore, è capace di 22 kN nel vuoto. Electron è in grado di ospitare 150 kg nominali di payload per un’orbita eliosincrona a 500 km di quota.

Motore. Credits: https://www.rocketlabusa.com/

In aggiunta, il razzo può essere equipaggiato del motore Curie (120 N nel vuoto) per un totale di tre stadi: questo è in grado di fornire ΔV multipli per circolarizzare l’orbita e operare il posizionamento di satelliti in orbite circolari differenti, permettendo così più opzioni in termini di “target orbitale”.

La missione

Razzo che parte. Credits: https://www.rocketlabusa.com/

I payloads integrati a bordo di Electron sono sette in totale: sei satelliti assemblati da Spire Global, Tyvak Nano-Satellite Systems, Fleet Space Technologies e l’IRVINE01 CubeSat (quest’ultimo parte dell’Irvine CubeSat STEM Program, che ha coinvolto 150 studenti liceali dalla California del Sud) più un settimo technology demonstrator chiamato NABEO per High Performance Space Structure Systems GmbH.

Electron è partito dal Launch Complex 1 sulla penisola Mahia (Nuova Zelanda) per raggiungere un’orbita ad 85o di inclinazione. Dopo la separazione del secondo stadio, Electron e i suoi payload si sono trovati su un’orbita ellittica con quote di apogeo e perigeo rispettivamente di 500 km e 250 km. Dopo una fase di coasting di circa 40 minuti, il motore Curie ha fornito il ΔV necessario per la circolarizzazione dell’orbita a 500 km di quota.

Il primo payload ad essere rilasciato dall’ultimo stadio è stato l’IRVINE01 CubeSat, che monta una camera a bassa risoluzione per ottenere immagini di Venere, stelle ed altri corpi celesti, utili per la determinazione di assetto del satellite.

Successivamente il deployment dei due satelliti LEMUR-2, lanciati per Spire Global, che utilizzeranno un AIS (Automatic Identification System) per monitorare i movimenti delle navi nelle parti più remote del globo insieme ad un sistema di GPS radio occultation per le previsioni metereologiche.

Electron
Logo di Rocket Lab. Credits: www.rocketlabusa.com

Viene, dunque, la volta della coppia PROXIMA I e II di proprietà della Fleet Space Technologies per effettuare test sulla trasmissione di dati in banda S ed L nello spazio. La visione è quella di sfruttare una costellazione di più di 100 satelliti per garantire più connettività e migliore accesso ai dati riguardanti il nostro pianeta.

La palla passa a CICERO 10, un satellite assemblato da Tyvak Nano-Satellite Systems per la compagnia GeoOptics, per il monitoraggio meteorologico attraverso l’uso di segnali GPS per misurare i profili di temperatura e umidità atmosferiche.

L’ultimo payload, NABEO, consiste in una vela di 2.5 m2 che è rimasta a bordo dello stadio Curie, per essere poi spiegata dopo la separazione dagli altri satelliti in modo tale da aumentare la superficie esposta al drag atmosferico e permettere il rientro. L’idea è, ovviamente, quella di integrare questa soluzione a bordo di satelliti futuri per garantire un deorbiting rapido, evitando di aumentare la “spazzatura spaziale” una volta che il satellite raggiunge la fine della vita operativa.

Insomma, un altro grande passo in avanti verso l’accessibilità dello spazio è stato fatto e come direbbero a Rocket Lab… It’s space time!