Grazie all’ utilizzo combinato di 4 telescopi è stato possibile registrare i dati della più grande esplosione di un buco nero di cui abbiamo notizia.

Per farlo sono stati sfruttati in maniera combinata i telescopi a raggi X di NASA ed ESA Chandra e XMM-Newton, insieme al Murchison Widefield Array e al Giant Metrewave Telescope (in situati in Australia ed India) .

L’ esplosione

L’ esplosione è avvenuta a circa 390 milioni di anni luce dalla Terra nell’ ammasso galattico dell’ Ofiuco. Al centro di tale ammasso è presente un buco nero supermassiccio che secondo gli scienziati sarebbe la sorgente dell’ esplosione.
Tale fenomeno sarebbe legato al rilascio da parte del buco nero di parte della materia ingurgitata e poi rigettata sotto forma di raggi cosmici.
La prima osservazione del fenomeno è avvenuta da parte del telescopio Chandra già nel 2016. Attualmente l’ esplosione non dovrebbe più essere in corso stando ai dati in possesso degli scienziati. Tale interruzione dovrebbe essere legata al fatto che i gas più densi e freddi che fungono da “carburante” per questo tipo di fenomeno si sarebbero allontanati dal centro della galassia, rendendo di fatto impossibile l’ esplosione.

Stando ai calcoli effettuati, l’ esplosione sarebbe ben 5 volte più potente della più grande esplosione di cui si avesse notizia. Si stima che si tratti di un fenomeno 100 volte più potente della media delle esplosioni registrate nell’ universo.

Il team di ricerca del buco nero

La scoperta è stata opera del team di scienziati del Naval Research Laboratory di Washington, DC a capo dei quali c’ è l’italiana Simona Giacintucci ed è stata pubblicata sulla rivista The Astrophysical Journal.
Come spiegano alcuni membri del team, la chiave per la scoperta è stata l’ utilizzo combinato di 4 telescopi che lavorano su differenti lunghezze d’ onda. La possibilità di combinare i dati delle onde radio con quelli dei telescopi a raggi X ha permesso di ottenere una quantità di dati sufficiente a disegnare un quadro dettagliato del fenomeno seppur alcuni aspetti rimangano oscuri.

La stessa Giacintucci ha così descritto il fenomeno:
“In un certo senso, questa esplosione è simile all’ eruzione del Monte St. Helens del 1980, la differenza principale è che si potrebbe infilare 15 volte la Via lattea nel cratere dell’ eruzione”

Fonte: nasa.gov, ansa.it/